
Con il passare degli anni, la ricerca sul dolore sessuale femminile si sta ampliando, arricchendosi di nuove terminologie, possibilità diagnostiche e relative terapie.
Questo ha anche portato a confondere le varie entità nosologiche, anche a causa delle definizioni delle stesse, non sempre tra loro concordi e coerenti.
Di seguito cercherò di fare chiarezza su due patologie comuni nelle donne: vulvodinia e vaginismo.
Vulvodinia
La vulvodinia è un dolore cronico localizzato all’area vulvare, quindi alla parte più esterna dei genitali femminili, quella compresa tra la sinfisi pubica e l’ano.
Il dolore viene descritto dalla donna come bruciore, presenza di scosse elettriche, sensazione di tagli e può essere percepito, non solo durante la penetrazione, ma anche in altre situazioni come andare in bicicletta, lo sfregamento con gli indumenti o sottoporsi ad una visita ginecologica.
A volte questo dolore può essere percepito anche in assenza di stimoli tattili ed essere quindi “spontaneo”, causando un grosso disagio nella vita quotidiana.
Distinguiamo quindi la vulvodinia in:
- spontanea: il dolore è presente con o senza stimoli tattili;
- provocata: il dolore è percepito in seguito a stimolazione tattile (penetrazione o contatto con superfici);
- mista: sia spontanea che provocata.
Va fatta una piccola parentesi sul dolore: normalmente noi proviamo dolore in seguito ad un danno tissutale (calpesto una spina a piedi nudi, di conseguenza sentirò dolore nel punto in cui la spina si è conficcata nella pelle). Questo tipo di dolore si chiama dolore nocicettivo e serve per allarmarci sull’esistenza di una danno, in modo da poterci proteggere (togliere la spina e disinfettare la ferita, e magari evitare di camminare scalzi in luoghi in cui potrei incontrare spine).
Un altro tipo di dolore è il dolore neuropatico, caratterizzato dalla lesione di una struttura nervosa: il danno a livello di un nervo, causa dolore nella zona che esso va ad innervare. Un esempio è la sciatalgia in caso di ernia discale lombare o il dolore che si prova in corso di herpes zoster (il cosiddetto “Fuoco di Sant’Antonio”). Questo tipo di dolore può durare diversi mesi, finché il danno nervoso non si ripara.
La vulvodinia è caratterizzata da un dolore di natura nociplastica: un dolore cronico (dura più di tre mesi) che deriva da un’alterata nocicezione, senza la chiara evidenza di un’attuale o persistente attivazione dei nocicettori o di una lesione del sistema somato-sensoriale (IASP 2021). Ciò significa sostanzialmente che il sistema adibito alla percezione del dolore, il cosiddetto “sistema somato-sensoriale” (i nervi), trasmette un segnale d’allarme (il dolore), anche se non c’è nessun danno a livello dei tessuti vulvari né a livello delle strutture nervose stesse. In questo caso è proprio il sistema somato-sensoriale che funziona male.
La terapia della vulvodinia è multidisciplinare e si giova principalmente di tre componenti: farmacologica, riabilitativa e psicosessuologica.
Vaginismo
Il vaginismo è una persistente difficoltà nell’accettare la penetrazione vaginale, nonostante l’espresso desiderio della donna di farlo. La donna in questo caso, ha una paura anticipatoria del dolore e una fobia nei confronti della penetrazione. Il dolore può essere presente qualora la penetrazione arrivi a forzare la chiusura della vagina da parte della muscolatura pelvica, ma non è l’elemento caratterizzante del problema.
Nel concreto, come si esprime questa paura del dolore e della penetrazione? Al tentativo di penetrazione, si assiste ad una contrazione involontaria della muscolatura vaginale. La donna può percepire una sensazione di blocco, di chiusura, di muro e, nonostante lo desideri, è impossibilitata a proseguire il rapporto coitale. Nei casi più gravi, insieme alla muscolatura vaginale, si assiste alla contrazione di altri gruppi muscolari del bacino e degli arti inferiori che hanno l’obiettivo di modificare l’angolo di ingresso alla vagina, impedendo ulteriormente l’accesso.
La causa del vaginismo, secondo la letteratura scientifica, è da ricercarsi più probabilmente nella sua natura psicologica: sembra infatti essere un disturbo fobico.
Nonostante ciò, le terapie che hanno più successo non si giovano solo dello psichiatra o dello psicologo-psicoterapeuta, ma anche di un approccio riabilitativo e sessuologico, che insegni alla donna come ottenere il controllo sulla propria muscolatura pelvica e come abbandonare, invece, il controllo dove non è necessario o addirittura dannoso. Secondo una recentissima metanalisi gli interventi psicosessuali combinati hanno dimostrato il più alto tasso di successo terapeutico complessivo (86%), seguiti dalla terapia cognitivo-comportamentale, dall’iniezione di tossina botulinica, dalla fisioterapia del pavimento pelvico e dalla terapia con dilatatore vaginale.
Conclusioni
Per riassumere, la vulvodinia è caratterizzata da dolore cronico localizzato nella zona vulvare, causato da un’errata codifica degli stimoli tattili da parte dei nervi periferici della vulva. Il vaginismo è, invece, caratterizzato da un paura anticipatoria di provare dolore e da una fobia della penetrazione che causano una contrazione involontaria della muscolatura vaginale con evitamento indesiderato del coito.
Aggiungo però una doverosa precisazione, nonché un grado di complessità, perché la realtà quasi mai rispecchia i manuali di medicina! Vaginismo e vulvodinia possono coesistere: per esempio può capitare che una donna con vulvodinia sviluppi una reazione vaginismica secondaria, o viceversa, una donna con vaginismo può avere una vulvodinia sottostante. Inoltre anche una donna con vulvodinia può avere una paura anticipatoria del dolore, come nel vaginismo.
Tutto ciò rende a noi clinici e alla ricerca scientifica molto difficile distinguere chiaramente le due patologie e standardizzare quindi gli approcci terapeutici.
L’augurio è che la ricerca continui a perfezionare le capacità diagnostiche e proponga terapie nuove e più personalizzate.
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